Manoscritti


Una recensione


Ho sempre scritto le mie cose a mano; nella mia borsa, in qualunque condizione e situazione, c’è sempre un taccuino e una penna, spesso una matita. Non credo si tratti di una situazione privilegiata, anzi; piuttosto, mi sembra un’abitudine che tende a scomparire -  più comoda è una tastiera, lo schermo di un telefonino -.

E tuttavia si perdono molte cose. Una, fra tutte, la possibilità di osservare le modifiche della propria calligrafia nel tempo, esperienza che a volte può risultare entusiasmante...o angosciante,  a seconda dei punti di vista. 

Una seconda cosa alla quale finiamo per rinunciare è la verifica delle varianti del testo; le cancellature, i ripensamenti...Una volta i primi computer permettevano la conservazione delle modifiche. Ora non so più.

E dunque lascio qui qualche traccia di questi miei quaderni; di ogni misura e forma, una vera pratica maniacale andarli a trovare in giro; belli, originali, vestiti buoni per la scrittura. Se troppo belli, mai usati per timore di sporcarli, di riportarli alla bruttezza del mondo.

Scrivo quasi sempre a matita o con una stilografica, anche se poi, da maestro, mi trovo a utilizzare anche le bic di cui sono pieni i cassetti della scrivania di un insegnante.

Questa pagina deve risalire agli anni ottanta, e si tratta di una recensione. Quante recensioni nei miei quaderni, partorite in molti angoli della vecchia Europa; sui tavolini di un bar, sulla panchina di un parco, sui treni, guardando dai finestrini la campagna che si dilegua. Nei viaggi in metro andando a scuola. Nei momenti morti durante una programmazione o un noioso collegio dei docenti. Persino al cinema, o al teatro, in attesa che le luci si spegnessero.  Non un testo qualsiasi, redatto con l’arguzia e l’astuzia del critico di professione ma, in fondo, un modo per mettersi in contatto, per immaginare un viso, una voce… Poi, invece, nel tempo, ho scoperto che un libro va incontrato senza il suo autore; come un orfano.   

  

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