DIARIO: La terra rivoltata

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La terra rivoltata

Giovedì 6 marzo




L’erba non si è mai seccata in questo inverno gentile. Ora accoglie i piccoli fiori azzurri, li protegge dall’improvvisa intrusione delle api. E’ una distesa di forme che tesse le prossime fioriture, già si prepara la stagione furente delle nuove foglie.

Non grida, non ha proclami. Agisce.

Libero le vasche degli orti dalle foglie secche, dalle radici, dalle piante che dormono fasciate negli stecchi invernali. Uso le mani, inginocchiato sulla terra. La sento leggermente umida come un corpo che dorme. Un fitto verde ha resistito per tutto l’inverno; strappo le radici, ne faccio un mucchio, denudo la terra.

La vanga affonda con dolcezza, la terra si ribalta come il contrario della vita, mostra ciò che non si vedeva.

Non mi accorgo di respirare. Sento un leggero tremore sulle mani, la fatica che ammorbidisce la pelle.

Penso alle mani dei potenti, così pulite e aliene. Alle loro bestemmie, ai morti che non hanno terra; alla terra defraudata dei suoi semi.

Niente è lontano da me, da qui, dall’innocenza degli uccelli. E vorrei dire, con la forza di chi non ha voce, come una promessa del silenzio: non parlate, non dite niente, non urlate. Siate queste zolle che sollevo con la vanga; siate benedetti nella vostra gracile morte. Genuflessi.






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