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Foglie marce
Sabato, 8 marzo
Le vasche dei pesci erano tutte incrostate di foglie marce accumulate nel corso dell’autunno.
Il pesce bianco, per la perdita della colorazione, non si trova più. L’avrà mangiato qualche uccello che qui si apposta sui tronchi, osservando tutto ciò che si muove nell’acqua come il guardiano di un faro. Oppure non ha resistito all’inverno, o all’acqua scura, così povera di ossigeno.
Infilo le mani e vango fino in fondo alla vasca. Le foglie hanno odore di marcio e l’acqua è putrida e gelida. Sollevo le foglie buttandole ai lati della vasca. Il fango si smuove dal suo sonno formando mulinelli, un brodo primordiale di sostanza vegetale.
Occorre purificare l’acqua, rendere l’ambiente di nuovo abitabile.
Immergo la pompa dell’acqua e un rapido getto forma un gorgo. Nella confusione, intravedo una macchiolina bianca, trasparente, ma non so che sia.
Mentre scrivo ho questo pensiero: la tua prosa è pomposamente antica, forse anche presuntuosa. Sì. Ma essere antichi, in questo mondo di pesci che sguazzano e starnazzano, è una forma della rivolta.
E poi sia chiaro un’altra cosa: lo spazio di questi scritti è la mia pagina, e il vero lettore sono io.
Torno alle vasche. Ne ho completamente svuotata un’altra, tutta incrostata di alghe come il relitto di una nave in fondo al mare. L’ho lavata e strigliata con una spazzola di ferro. Era abitata da due piccoli pesci, rimasti piccoli per anni. Li ho spostati nella vasca accanto, sperando che i pesci grossi non li uccidano. D’altronde, sarebbe legge del mondo. Niente di nuovo.
Forse è per questo che non costruisco niente, che non voglio niente: così, forse, il mondo non mi verrà a cercare.


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