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La potatura serale della vite selvatica
Mercoledì 5 marzo 2025
Il cielo è calmo. Un ammasso di nuvole si è disteso verso occidente, diluito dal vento, il quale ha liberato l’aria come si libera il corpo da un vestito. Mi sembra di abitarla questa nudità senza pensieri.
Anche il freddo si è placato; ha lasciato gli alberi del frutteto in una sorta di attesa, di lontananza.
La vite si è tutta ingarbugliata, abbrancata alla rete in una sorta di abbraccio dimenticato, di sonno centenario.
Ma non è morta. Ogni anno rimette foglie selvagge, piccolissimi acini, scontrosi e ribelli, regina di pensieri senza regole, di misteriose formule magiche per resistere alle malattie.
Devo darle una forma. Limitarla, contenerla, ferirla un poco nelle sue pretese. Dorme, ma so che il sangue è pronto a germogliare, a uscire dal sogno per guardare il mondo con gli occhi attentissimi della pelle.
Il cielo si abbuia ma non c’è buio, nessuna prepotenza dell’oscurità. Le ombre sono dolci, la mano dolorante fende seccamente con le forbici i rami nodosi. Un grosso cespuglio di spine si nasconde alla vista, vorrebbe salvarsi. Ne taglio a pezzettini, per non ferirmi, i capelli sottilissimi e aggrovigliati finché lo lascio nudo nel suo tronco rinsecchito.
Ma si deve sempre qualcosa a qualcuno. Una piccola spina mi attraversa la pelle, s’incaglia, beve una goccia del mio sangue.
E’ tardi ora. Il silenzio si fa odore, le piccole luci del giardino si accendono come occhi. E’ in questo preciso momento che capisco il dovere di rimettermi a scrivere.


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